In queste settimane, seguendo il processo Hydra a Milano, abbiamo vissuto un′esperienza che merita di essere raccontata. Non soltanto per ciò che accade nelle aule giudiziarie, ma per ciò che è accaduto fuori da quelle aule.
Da anni, nei nostri territori, tante associazioni, gruppi, cooperative, realtà del volontariato e cittadini portano avanti un lavoro quotidiano di educazione, inclusione, sostegno alle persone più fragili e promozione della legalità. Un lavoro spesso silenzioso, che raramente trova spazio nelle cronache. Eppure proprio da questo lavoro è nata la capacità di costruire una presenza comune attorno al processo Hydra.
Più di venti associazioni hanno scelto di mettersi insieme. Non è un fatto scontato. Spesso si dice che la criminalità organizzata è organizzata, mentre la società civile fatica a esserlo. In questo caso, invece, è accaduto qualcosa di diverso. Ci siamo ritrovati, coordinati, sostenuti reciprocamente. E abbiamo visto decine di cittadini, giovani e adulti, fare la fila per assistere alle udienze, per affermare con la loro presenza che non intendono voltarsi dall′altra parte.
Essere presenti significa anzitutto stare dalla parte delle vittime e delle persone più vulnerabili. Significa affermare che non accettiamo l′idea di vivere in territori condizionati dalle mafie, da sistemi che alterano le regole dell′economia e della convivenza civile. Significa riconoscere che il problema esiste e che riguarda tutti.
Accanto a questa esperienza positiva, però, emerge una preoccupazione. Sempre più spesso incontriamo una forma di rassegnazione che rischia di diventare pericolosa. È il pensiero di chi dice che le mafie ci sono sempre state e sempre ci saranno. Di chi considera inevitabile la loro presenza. Di chi, pur riconoscendo il problema, conclude che tanto non si può fare nulla.
È una convinzione diffusa, che abbiamo toccato con mano anche durante le iniziative di informazione organizzate in occasione delle prime udienze del processo. Molte persone ascoltavano, si mostravano interessate, ma poi aggiungevano: "Avete ragione, però cosa possiamo fare?".
Credo che la sfida più importante sia proprio questa. Contrastare la normalizzazione delle mafie e contrastare l′idea dell′impotenza. Perché non è vero che non si può fare nulla. Le storie che ricordiamo ogni anno nel nome di Giovanni Falcone e di tutte le vittime delle mafie ci insegnano esattamente il contrario. E lo dimostrano anche le tante persone che quotidianamente, nei territori, svolgono con serietà il proprio compito.
Nessuno cambia le cose da solo. Ma ciascuno può fare la propria parte. E quando queste parti si incontrano, diventano una forza collettiva capace di incidere nella realtà.
Per questo il percorso avviato attorno al processo Hydra non dovrebbe fermarsi. Associazioni, istituzioni, mondo del volontariato, professioni, imprese e categorie economiche sono chiamati a interrogarsi e a collaborare. Non per costruire schieramenti, ma per assumersi una responsabilità comune verso il territorio.
La memoria delle stragi mafiose non ci chiede soltanto di ricordare. Ci chiede di scegliere. E la scelta, oggi come allora, consiste nel decidere da che parte stare. Insieme. Perché è nell′azione condivisa che una comunità trova la forza di non arretrare e di non considerare inevitabile ciò che inevitabile non è.